Riflessioni di annunci

La soglia della pazienza davanti all’aggressione verbale deve necessariamente alzarsi perché, laddove l’ignoranza parla, l’intelligenza si deve armare. Armi intellettuali che sempre più spesso mancano nella grande società, dove ognuno può dire ciò che vuole. Chiedere responsabilità quando le responsabilità sono generali fa ridere. Se è vero che non si pagano le responsabilità dei padri, è pur vero che occorre cambiare rotta, scegliendo di non rendersi più corresponsabili.

E’ vero, magari le vite ci portano in direzioni lontane da quelle predisposte e poi stravolgere tutto diventa impossibile per assenza di competenze o di risorse finanziare. Come dire, se hai una casa su un vincolo e tu fai la commessa, o non hai i soldi, o non sai niente di agricoltura, sarà davvero difficile che tu possa scegliere di distruggere la tua casa. E allora quale potrebbe essere la soluzione?

Non ho quella soluzione ma mi piacerebbe che fossero attive le commissioni e che chi di dovere venisse a relazionare…così tanto per capire chi è al secondo e al terzo mandato cosa ne pensa e chi era il capo area….

Maledetta primavera, non sono pronta

Non sono mai stata tanto in crisi come in questi giorni, non ho mai avuto un così feroce scontro in me. Cedere a te. Rimanere in me. Non voglio essere una delle tante conquiste e non voglio essere un numero. Ti conosco da poco più di dieci giorni e non posso fare a meno delle tue telefonate. Il tono della tua voce, così suadente, profonda, dolce e terribilmente eccitante. Mi parli e la mia fantasia vola; ti vorrei sotto le lenzuola in pieno giorno mentre fuori il mondo si muove e produce, nella stanza il tempo si ferma.
Non c’è un momento in cui i tuoi toni non mi accendano, i tuoi modi non mi ispirino e i tuoi pensieri non sia nuova linfa. Sei introspezione e crescita, sei condivisione e riflessione. Nella maturità che ti contraddistingue, con i tuoi 18 anni di differenza da me, sei un uomo che sto desiderando.
Con i tuoi pensieri e con le tue parole stai rompendo tutti gli ostacoli che avevo creato tra me e l’amore, tra me e la passione, tra me e l’empatia con un uomo. Mi ero ripromessa di non farmi più coinvolgere e invece eccomi qui, più fessa di un fesso vero, più lessa di una zucchina. Non so come dirtelo che sto cadendo tra le tue braccia, non so come dirti che non voglio vederti lontano da me, non so come dirti che non voglio perderti.
Non voglio perderti nella tua sicurezza, fedele amica della tua sicurezza e della tua consapevolezza; non so come fare a pensarmi senza una persona come te.
Io che credevo di aver chiuso tutte le porte mi ritrovo qui con la porta aperta. Mi fai paura tanto quanto mi sono accorta di far paura a te.

Contestati e Contestatori

Il MoVimento è senz’altro l’esperienza che mi ha segnata di più. Ha definitivamente cambiato e condizionato in meglio il rapporto con i miei figli, le scelte che opero per loro, il tipo di educazione e come decido di insegnarla loro.
Le ferite più profonde sono arrivate proprio da questo movimento, dalle persone, dalle menti.
Attivismo sfrenato. Un vortice di passione e di giustizia, di senso di rivincita, di voglia di capire e scoperchiare ogni singolo meccanismo di questo ingranaggio.
Nemmeno il tempo per digerire delusioni e sconfitte; bisogna pensare al territorio; bisogna pensare alla gente, bisogna ascoltarla, stare in strada e prendersi i vaffanculo e gli insulti. In prima linea per un’Italia che continua a guardare la vergognosa faccia di Renzi o l’inqualificabile pettorale di Salvini.
Mi ricordano Benito Mussolini con questa comunicazione fisica, accogliente verso le sale dorate dove si sottoscrive il contratto della messa a morte dell’economia di un intero Paese.
Berlusconi, con le mollette dei lifting, commenta dalla lontanissima Arcore Beppe Grillo e si dice in piena forma; penso solo…avere i suoi soldi per le mollette dei lifting battaglierei cento anni almeno…
Sono qui e mi sento un po’ svuotata dalla presunzione dei molti, l’arroganza dei contestatori e l’arroganza dei contestati; stesse persone, stesse facce e stessi sguardi per stessi interrogativi a cui si sommano allusioni, pensieri, link, articoli, post e quanto di più disparato a sostegno delle tesi o della verità.

Sono svuotata dall’arroganza di alcuni che si sentono arrivati. Sono svuotata dall’ingordigia e dagli alienati. Mi svuota tutto questo, continuiamo la grande lotta ma in quanti ci daranno ascolto, sempre troppo pochi. Non ci daranno ascolto per diversi motivi, i teorici ipotizzeranno l’assenza sugli scranni televisivi e dietro i loro struggenti pensieri presenteranno liste civiche; i pratici affermeranno che non dobbiamo più avere bandiere e dietro grasse risate confortanti per alcuni presenteranno le loro liste civiche.

Noi combattiamo la mafia….

Il Primo Giorno

Il primo giorno di scuola, un’emozione incredibile per te e per me. Vederti entrare per quella porta, vederti passare i gradini e inserirti nel gruppo. Amore mio sono passati undici lunghi anni che a tratti sembrano un lampo, sei nato con il pugnetto chiuso, appoggiato sulla guancia, dormivi incurante del fatto che stavi venendo al mondo, ignoravi il trambusto intorno a te. Eri e sei rimasto splendido in quel tuo viso sorridente, in quelle smorfie, nelle espressioni corrucciate dei capricci tipici della tua età.
Oggi che ti ho visto lì tra tanti coetanei, rimango sbalordita dai passi avanti compiuti; se ripenso al coraggio che hai dimostrato in questi anni non posso fare altro che vederti come il mio eroe, non posso fare altro che provare un’immensa stima per il bambino che eri, il ragazzino che sei, il ragazzo e poi l’uomo che ti appresti a diventare. Sei un guerriero che non spara proiettili ma spara consapevolezza, un guerriero che ha saputo farsi affiancare e ha saputo giudicare da sé, un guerriero che non scende a compromessi perché ha capito che il compromesso significa ricatto a qualsiasi livello e a qualsiasi età.
La nostra storia, la storia di una mamma bambina con il suo bambino; molto spesso soli in una casa enorme, molto spesso poveri ma sempre felici, sempre uniti. Io, te e tuo fratello.

Hai dimostrato a me e al mondo che si può e si deve essere migliori, te con la tua caparbietà, con la buona volontà, imponendoti di superare con serenità e con calma i tuoi limiti.
Passo dopo passo sei qui, che arrivi ma soprattutto inizi; una magnifica avventura, io sarò sempre presente accompagnandoti con la fiducia di cui il nostro rapporto è sempre stato caratterizzato.

la dignità di quello che c’è

C’è stato un tempo in cui ho creduto tu mi amassi di un amore sincero, c’è stato un tempo in cui ho creduto che il tuo sentimento fosse onesto ma presto, una volta lontano da me, ho invece visto la tua natura fragile, condizionata da questa o quella meteora, dove è sufficiente che si abbia un tono di voce pacato o una buona dialettica per esser convinto di quello che non è. Ti sei lasciato influenzare allontanando un sentimento che non esiste e non è mai esistito, se fosse stato diverso non avresti dubitato e non avresti dato credito a così tante bugie, a così tante infamie. Hai mostrato un uomo che non esiste perché nella tua natura c’è solo menzogna, arrivismo – lo stesso di cui mi accusi – scalata verso un’immagine mentale esclusivamente tua di riconoscimento societario. Ottima dialettica, fascino, capacità di critica e molto altro ti rendono un ottimo detrattore che però non ha fatto i conti con l’onestà di chi non ha bisogno di tramare perché sceglie di rimanere onesto, sceglie di non scendere a compromessi perché la verità prima o poi esce fuori ed esce senza artefizzi di alcun genere. Sei un ologramma, come lasci che si definiscano i tuoi compagni di merenda, perché ciò che mi hai mostrato non esiste, esiste solo il sotterfugio e una scena degna del miglior regista teatrale.
Hai fatto in modo che io conoscessi un sentimento così profondo che ancora oggi vive e sento nel sangue facendomi avvertire ancora la mancanza di alcuni momenti di te, ora però mi rendo conto che il merito non è tuo. Ora so che il merito è mio perché sono in grado di continuare ad amare nonostante tutto.
Sono in grado di amare senza volerti vicino, sono in grado di amare ad un livello superiore rispetto alle tue azioni dirette a ferire me e questo mi rende speciale, perché quello che c’è nel cuore rimane pulito nonostante tu sia l’essere più sporco che abbia conosciuto.
Ignorarti e lasciarti lontano per preservare e non inquinare quello che c’è nel cuore, sei stato, sei e resti l’amore della mia vita ma non ti voglio con me, saresti solo inquinante.

L’inizio del numero due

Petra diede ala luce una bellissima bambina che non poté vedere perché decise di darla in adozione, d’un tratto le venne in mente quei momenti seduta sulla spiaggia in cui sentiva il potere di madre terra che la faceva sentire viva e dava e attingeva energia vitale dalla sua pancia, da quel piccolo esserino che cresceva dentro di lei. Lo amava e lo rispettava ma il solo pensiero che fosse così legato alla violenza che aveva subito le faceva ben intendere di aver fatto la cosa giusta, dandolo in adozione non gli aveva tolto il diritto di vivere, di vivere essendo amato e rispettato.
Il parto non aveva fatto soffrire il feto che era nato pulito, roseo e con espressione rilassata, aveva una mano sulla guancia come se appoggiasse il visino su quel pugnetto e sognasse di un mondo fantastico, un mondo che la sua mamma biologica voleva regalargli con la sua scelta. Petra aveva con sé una piccola macchina fotografica, acquistata tanti mesi prima per questo momento, aveva chiesto all’infermiera di fare una foto tra mille indecisioni e ripensamenti. Così, ora che era tornata nella sua casa guardava quella foto e si immaginava come poteva stare quella piccola bimba di cui non sapeva nemmeno il nome. Pregava ogni sera che quella futura donna potesse non vivere mai la cattiveria degli uomini, pregava che incontrasse un uomo rispettoso, buono e che l’accontentasse nel suo futuro ruolo di moglie, donna e mamma.
Pochi giorni dopo riuscì a muoversi agevolmente e decise di tornare su quella spiaggia, si alzò, andò al bagno e prese il pettine, finito di sciogliere i nodi iniziò a guardare il suo viso cercando di trovare le tracce di quell’esperienza appena passata, si tirava la pelle nel silenzio dei suoi pensieri assenti, passava il dito sul contorno degli occhi, osservava l’espressione e la luce e sembrava di vetro, senza traccia alcuna, non trapelava niente.
Entrò nella doccia, toccava la pelle, le spalle, le braccia, arrivò al seno e si accorse che le pastiglie stavano iniziando a fare il loro effetto, lo sentiva meno duro, meno pesante: il latte stava andando via e, se in parte era una buona notizia, dall’altra sentiva un misto di nostalgia e malinconia per quel che stava e aveva già perso. Decise di non soffermarsi a sentire tutto ciò, lo accettava in modo statico e senza compromessi sull’esistenza accettata di quei sentimenti, finì di lavarsi per poter uscire da quella casa silenziosa.
Una volta fuori riscoprì il contatto con un mondo caotico e rumoroso, infastidita decise di prendere in fretta il bus che l’avrebbe portata su quella spiaggia e l’avrebbe fatta riappacificare con quel silenzio lenitivo e amorevole. Arrivata a destinazione si sedette, non ricordava di preciso il punto ma si accontentò di stare seduta sulla terra, si tolse le scarpe e iniziò il suo esclusivo dialogo con madre terra. Sentiva ancora una volta l’energia che entrava e usciva dal suo corpo, guardava le onde di quel mare dal colore cupo e rimaneva così, chiedeva alla madre terra se un giorno quella bambina che amava tanto ma non aveva un nome avesse trovato quella felicità che ora rimaneva così lontana da lei, chiedeva a madre terra se un giorno anche lei stessa avrebbe goduto dell’amore sincero e rispettoso di un uomo, un uomo che la volesse felice e soddisfatta e che lei potesse rendere felice e soddisfatta.
Il messaggio che madre terra le mandava forte e chiaro era la pazienza e la fiducia nella sua immensa potenza di lasciare le cose per come potevano andare e Petra si lasciò senza costrizioni a quel messaggio con estrema e incondizionata fiducia. Rimase lì ore ascoltando l’energia della natura più profonda, notava il fatto che ora la comunicazione non avveniva più con la sua pancia come se la terra sapesse già; era costernata ma sentiva nascere il benessere, la calma, teneva per sé quel dolore profondo e umano ma ora stava bene, poteva ricominciare e decise che non avrebbe mai smesso di pregare per quell’esserino piccolo a cui sperava di aver regalato una vita serena e felice, ma avrebbe anche iniziato a pensare a lei. Voleva studiare, voleva lavorare e da domani, decise e si disse, avrebbe ricominciato.
Si alzò dalla terra perché non c’era più tempo, la sera stava arrivando e non voleva viaggiare sui mezzi pubblici di notte; lasciando la conversazione con la natura incompleta si disse che sarebbe tornata presto.
Così Petra e il peso del recente passato se ne tornò a casa.
Il giorno dopo la sveglia suonò alle 6 come sempre, oggi avrebbe ripreso il lavoro dalla signora dopo la settimana di stop a causa del parto; prese il bus e andò a lavoro, alla fermata dell’auto guardò il numero 17, il numero del bus che l’aveva portata alla spiaggia e nella mente l’immagine di quelle ore, delle onde, della sabbia sulle sue dita e di quella conversazione esclusiva e intima, una conversazione che la rendeva estremamente ricca e le elargiva energia e positività, finiti i compiti del lavoro andò in edicola e acquistò il giornale, fece un paio di telefonate e rimediò un colloquio per un secondo lavoro per il giorno dopo, poi si diresse verso un call centre e si mise alla ricerche di un’università; voleva studiare e diventare un architetto, guardò i moduli di iscrizione e prese contatti; tra meno di una settimana sarebbe diventata un’universitaria. La sua nuova vita aveva inizio.

Petra era solita camminare a piedi nudi, le piaceva sentire il contatto con la terra; sentiva il flusso dell’energia, il richiamo di madre terra, così lasciava andare i cattivi pensieri e faceva entrare la speranza, la gioia, la serenità tornando in pace con se stessa. Quella mattina decise però di sedersi davanti al mare, lo osservava nella sua immensità e si sentiva parte di quel cosmo; il resto del mondo non la soddisfaceva, la disorientava il flusso continuo e contraddittorio di suoni e voci, rumori che infastidivano i suoi pensieri, le sue considerazioni. Perennemente in ritardo nelle sue considerazioni generali delle situazioni, sentiva invece che madre terra e il suo cosmo le concedevano il tempo che necessitava. Così le tornavano alla mente i giorni nella sua casa paterna, giorni fatti di attesa del ritorno della madre, attesa occupata dalle faccende domestiche, dai panni da lavare e dalla cena da mettere in tavola, ciò che odiava più di tutto era scendere per prendere l’acqua, non sentiva più il peso sulla testa e nemmeno il caldo del sole cocente, lei voleva lavorare! Nel piccolo villaggio della sua Africa, sognava l’arrivo di un uomo che la portasse via da quel silenzio, che la portasse via dalla miseria, che le desse il permesso di studiare e di lavorare; nei suoi sogni di piccola donna sognava di lavorare ben vestita, con scarpe eleganti e vestiti costosi, sognava un ufficio, sognava una casa confortevole con il camino (aveva sentito che negli altri paesi poteva fare molto freddo), una grande camera da letto con la porta e un bagno con la vasca, era curiosa di vedere i rubinetti di cui le avevano parlato e voleva non patire più la mancanza dell’acqua e di assorbenti puliti. Ora, seduta sulla spiaggia, con madre terra che la inondava di energia fin dentro il suo ventre gonfio, ripensava alla felicità che aveva provato quando, nemmeno un anno dopo, al termine del rito nuziale, suo marito Zahur, annunciava la sua volontà di partire per l’Europa in cerca di lavoro, pensò che era arrivato il suo momento e che finalmente poteva lasciare quel silenzio che pochi mesi dopo avrebbe così tanto cercato.

Zahur non era il marito ideale, accecato dalla febbre del soldo facile e accompagnato da amicizie subdole, non si rivelò l’uomo che credeva; le violenze erano all’orine del giorno e la sposina non poteva uscire di casa se non con il volto coperto, accompagnata dal marito e per sbrigare commissioni strettamente necessarie. Il tempo e la poca entrata finanziaria obbligarono Zahur ad accettare che Petra andasse a lavorare, così la ragazza iniziò un impiego nella casa di una signora che lavorava in ufficio, ben vestita e con un armadio pieno di scarpe, i suoi compiti erano quelli di occuparsi della pulizia della casa e di riordinare dove ce ne fosse stato bisogno. Petra arrivava la mattina e osservava la Signora Paint che si preparava per andare a lavoro, perfetta nei suoi abiti, con le sue scarpe splendenti e la borsetta in spalla. Ci volle qualche giorno e parecchia pazienza perché Petra iniziasse a sciogliersi e ad accettare di scambiare qualche parola con il suo datore di lavoro, pian piano con la complicità dell’intimità della casa, la ragazza africana iniziò a confidarsi con la Signora, davanti al caffè mattutino raccontava quello che accadeva nella sua casa, le violenze ricevute, le botte, le sevizie e le punizioni per non essere in grado di procreare. La Signora, pacata nei suoi modi ma decisa nel suo intento, iniziò a spiegare a Petra che quello che viveva non era giusto, che era giusto che lei ci soffrisse e che non era una colpa non riuscire a rimanere incinta. Un giorno la Signora lasciò volutamente fuori posto un opuscolo di case famiglia e assistenza legale gratuita per donne che ricevevano maltrattamenti, Petra lo vide, non sapendo leggere osservò le figure e capì. Ripose l’opuscolo nella libreria e continuò il suo lavoro. La sera,al suo ritorno a casa, trovò Zahur ubriaco sulla poltrona recuperata da u cassonetto, furioso più del solito per la mancanza della cena pronta, si scagliò contro Petra con il fervore di una bestia e iniziò la sua sevizia. Il giorno dopo Petra chiese alla Signora se poteva usare il telefono, si tolse gli occhiali e quando la Paint vide il volto livido della ragazza, non ebbe esitazioni, immediatamente chiamò in ufficio e si prese due giorni di ferie, prese l’opuscolo e accompagnò la ragazza in casa famiglia. Pochi giorni dopo Petra seppe di essere incinta del suo castigatore.

Dopo due mesi, seduta sulla spiaggia, davanti al mare, con il ventre gonfio, Petra sta per prendere la decisione più importante della sua vita; sa che non potrà tenere il frutto di tanta violenza, sa che ogni somiglianza la riporterebbe a quei giorni, in quell’inferno. Darà in adozione il suo bambino e inizierà a studiare, vuole lavorare in un ufficio; è ancora in contatto con la Signora Paint ma ha smesso di fare le pulizie per lei. Il tribunale ha condannato Zahur per violenza, sevizie e altre cose che non aveva capite ma ora era al sicuro. Si stupiva ma le mancava la sua Africa, il suo villaggio, il silenzio della sua casa e delle camminate fino alla fontana per prendere l’acqua, le mancava sua madre, donna silenziosa e con il viso perennemente basso; donna che in passato aveva osservato e si era ripromessa di non vivere così. Ora, il richiamo di madre terra, le infondeva l’energia necessaria per rimanere, la sua immobilità apparente nascondeva il vortice di un’anima che cambiava e mutava forma; l’aspetto di una ragazza con la conoscenza e la coscienza di una donna. Madre terra la voleva lì, madre terra l’amava e la proteggeva

Simona